Di questo articolo dell’Economist, è sconcertante il confronto tra i numeri dei migranti che riguardano la Germania e quelli relativi alla Francia.Nel 2015, sono state evase 158.657 pratiche in Germania, in Francia solo 3.553. Lo scorso anno la UE aveva trovato un accordo per riallocare 160.000 rifugiati provenienti dall’Italia o dalla Grecia. A metà gennaio la Francia aveva preso solo 19 e altri 43 sono arrivati questa settimana.

A causa della pessima accoglienza riservata loro, (i tempi per le pratiche burocratiche durano anni e i rifugiati siriani “live on the streets”), i richiedenti asilo evitano di andare o di fermarsi in Francia. Quelli che stazionano a Calais con il sogno di attraversare la Manica, stanno vivendo peggio che le bestie.

 

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On a quiet bend of the River Oise, beside a wooded lake, the Ile de Loisirs activity centre usually runs sailing schools and high-wire tree-climbing adventures. Last autumn its dormitories were briefly turned into an emergency welcome centre for 98 Syrian and Iraqi refugees. Today, however, the gardens outside the residential block are empty again, the wooden picnic benches deserted. The refugee families are already gone. Their speedy resettlement shows that France has plenty of capacity to absorb migrants. It also raises the question of why it is that while Germany is coping with a vast flood of Syrian refugees, France is attracting only a trickle.

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Economist France’s missing refugees Non, merci

 

Dopo l’articolo dell’Economist“L’integrazione dei rifugiati in Europa. Più impegno, meno problemi” che mette in rilievo  solo i vantaggi che una massiccia immigrazione può apportare in società in rapido invecchiamento, abbiamo ritenuto opportuno riportare due articoli del New York Times che focalizzano l’attenzione su  altri aspetti del problema e che giungono a conclusioni diametralmente opposte.

Il primo pone l’accento non tanto sul numero totale degli immigranti affluiti in Germania , ma  sullo sbilancio che  c’è nel rapporto maschi femmine: il 71% sono maschi. Un afflusso graduale (1% ogni decade) permetterebbe  alla società di assimilare i nuovi arrivati.

Si chiude con un invito perentorio alla Cancelliera Merkel di dimettersi per evitare alla Germania e all’Europa di pagare un alto prezzo per la sua “nobile follia”.

Nel  secondo si afferma che la Merkel ha fatto la cosa giusta e che la Germania è in grado di gestire la situazione come ha fatto con i 16 milioni della Germania dell’Est e con la massiccia comunità turca.

Citando il nome di alcuni italiani celebri emigrati in America conclude: Who in their right mind would suggest that the Italian immigration was not a great blessing for our country ?”

(Pietro Rizzo)

http://www.nytimes.com/2016/01/10/opinion/sunday/germany-on-the-brink.html

http://www.nytimes.com/2016/01/15/opinion/fermi-sinatra-dimaggio-and-capone-american-immigration.html?emc=edit_ty_20160114&nl=opinion&nlid=69357597&_r=0

 

Sei grafici ci dicono come smontare i luoghi comuni sull’immigrazione

Come smontare i luoghi comuni sull'immigrazione

 

ARTICOLI SU CAPORALATO SUL PERIODICO  “LEFT”

Filierasporca contro il caporalato, c’è anche “Left”

ILARIA GIUPPONI NOVEMBRE 27TH, 2015  0  DIRITTIPRIMO PIANOSOCIETÀ

#Filierasporca contro il caporalato, c’è anche Left

Oggi a Roma verrà presentato il report di #FilieraSporca. L’occasione, la mostra “Bitter Oranges”, esposizione che documenta le condizioni di vita e di lavoro dei migranti impiegati come forza lavoro in molti degli agrumeti del Sud Italia.

Left, ha dedicato il suo servizio di copertina del numero in edicola da domani (e da oggi nella versione pdf – link) proprio al caporalato femminile: un mondo in cui lo sfruttamento raddoppia. Queste Schiave d’Italia, infatti, oltre a subire condizioni di lavoro al limite della sopravvivenza e paghe prossime allo schiavismo, sono inoltre vittime di ricatti e violenze sessuali. Tre di queste donne, hanno accettato di raccontarsi in esclusiva sulle nostre pagine.

Il dramma del caporalato, come il report dimostra chiaramente, è inserito in una catena che ci riguarda molto da vicino: ovvero la filiera di produzione di prodotti agricoli da noi consumati. Sappiamo se le aziende di cui scegliamo i prodotti (dal vino, alla frutta, all’olio) usufruiscono di questo reclutamento umanamente umiliante?

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Che il fenomeno sia strutturale – come abbiamo cercato di indagare nel nostro servizio parlandone con imprenditori virtuosi, addetti del settore, e perfino col Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martino – in maniera inevitabile, non lo crediamo. Così come non devono crederlo le associazioni Terra!Onlus, daSud e Terrelibere.org, promotrici della campagna #FileraSporca (alla quale hanno aderito, tra gli altri, Amnesty International, Medici Senza Frontiere, Emergency, Medu e Flai-Cgil), che nel nome contiene la sua battaglia principale: la trasparenza dell’intera filiera. Ovvero, la tracciabilità di ciascun passaggio compiuto dai diversi soggetti coinvolti nella produzione ortofrutticola.


Tre le richieste principali della campagna, elaborate a seguito di una ricostruzione accurata dei passaggi della filiera nei quali possono annidarsi le cause dello sfruttamento: un’etichetta narrante che metta in condizioni i cittadini di essere consapevoli di ciò che acquistano; un elenco pubblico e consultabile dei fornitori dell’azienda e dell’intera filiera; la responsabilità solidale delle imprese che devono rispondere in solido nei casi di sfruttamento e caporalato. Cosa, quest’ultima, approvata alla Camera l’11 novembre scorso, assieme alla Riforma del Codice Antimafia (Legge 1138, d’iniziativa popolare: “Misure per favorire l’emersione alla legalità e la tutela dei lavoratori delle aziende sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata”. Segui l’iter parlamentare), e che abbiamo ampiamente illustrato qui (di nuovo link al numero).

E voi, siete sicuri di non partecipare in nessun modo a questi moderni campi di cotone?

 

Quelle donne schiave due volte del padrone caporale

MARCO OMIZZOLO NOVEMBRE 28TH, 2015  0  PRIMO PIANO

Quelle donne schiave due volte del padrone caporale

«Il padrone mi ha detto che dovevo lavorare alle sue condizioni o mi mandava via. E la mia famiglia solo coi soldi di mio marito non può vivere». Sembra l’incipit di una delle tante squallide storie di sfruttamento e ricatto nei confronti di lavoratori costretti ad accettare le condizioni imposte dall’imprenditore di turno. Invece è qualcosa di più. È il racconto dell’anima nera del Paese, che approfitta dei più poveri e fragili per fare profitto. Più sei un lavoratore debole, più “il padrone” sarà violento. Se poi sei donna e straniera la violenza diventa perversione. Così, oltre alle tue braccia, è il tuo corpo a essere a disposizione del dopo-lavoro del padrone. «Io non ho capito subito, non sono abituata. Per noi il rispetto è tutto. Il padrone invece mi ha detto che dovevo accettare la sua proposta, altrimenti andavo a lavorare nel campo con gli uomini oppure restavo a casa». Sono le parole di una donna migrante di circa 35 anni, in Italia da quasi tre. La chiameremo Navanpreet, nome di fantasia. Vive in provincia di Latina, tra le dune dorate di Sabaudia, i monti Lepini e il mare di Terracina. È arrivata in Italia regolarmente dopo essersi sposata a Chandigarh, città progettata da Le Corbusier e capitale dello Stato del Punjab, regione nord-occidentale dell’India. Navanpreet ha occhi grandi e neri, un abito giallo sgargiante finemente ricamato e una sciarpa dello stesso colore che tiene delicatamente tra le mani. Prima di parlare, come da tradizione sikh, religione indiana votata all’accoglienza e al rispetto, ci offre da mangiare e da bere nella sua sala da pranzo.

 

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Biscotti, aranciata e chai arrivano in quantità. Il chai è la loro bevanda tipica, un tè speziato offerto agli ospiti in segno di buona educazione. Il marito la osserva e sorride a ogni suo sorriso. Le è seduto accanto e proprio alle sue spalle c’è la foto di Guru Nanak, mistico indiano e fondatore del sikhismo nel XV secolo, inghirlandata con una collana di fiori arancioni. Il marito lavora in un’azienda agricola di Latina. Si alza ogni mattina alle quattro e raggiunge il suo posto di lavoro dove guadagna quattro euro l’ora, a dispetto del contratto provinciale che ne prevede circa nove lordi. Il loro sguardo si incrocia spesso, quasi a sostenersi a vicenda. La loro dignità ricorda quella dei nostri nonni nelle foto in bianco e nero di molti anni fa. Mancano i lunghi baffi, le giacche e le cravatte dei primi anni del Novecento. Il resto è identico. «Non conosco ancora bene l’italiano e quindi non ho capito subito cosa intendesse il padrone». Padrone è il termine con il quale alcuni imprenditori agricoli pontini si fanno chiamare dai braccianti indiani. Le condizioni che impongono ai lavoratori sono comuni a molte aziende agricole italiane: si lavora anche dodici ore al giorno per duecento euro circa a settimana.

 

La loro dignità ricorda quella dei nostri nonni nelle foto in bianco e nero di molti anni fa. Mancano i lunghi baffi, le giacche e le cravatte dei primi anni del Novecento. Il resto è identico

 

Il sabato si lavora tutto il giorno e anche la domenica mattina. Se capiti sotto caporale, italiano o straniero, è lui che comanda: ti dice se venire o meno a lavorare, quanto percepirai e se ti viene rinnovato il contratto di lavoro oppure no. Fatiche fisiche e psicologiche che – come ha documentato l’associazione “In Migrazione” – inducono i braccianti, spesso, a fare uso di sostanze dopanti. Ma questa, dicevamo, non è una storia di solo sfruttamento lavorativo. È la volgarizzazione di un rapporto sbilanciato di potere che vede all’apice il capo e alla base le lavoratrici. «Il padrone continuava a dirmi che poteva portarmi a casa con la sua auto e che dovevo accettare se volevo continuare a lavorare. Ma io sono sposata – dice Navanpreet con voce sommessa, guardando il marito e tradendo un comprensibile imbarazzo – e non ho mai accettato. Il padrone mi ha punito: ora lavoro in campo aperto e anche la domenica mattina. Prima non era così. Altre indiane e anche rumene, invece, sono andate col padrone. Loro adesso lavorano con un contratto regolare. Prendono cinque o sei euro l’ora mentre io solo tre. Però va bene così». (…)

Donne, caporalato e sfruttamento nei campi del “Ghetto Italia”

LEFT REDAZIONE NOVEMBRE 29TH, 2015  0  PRIMO PIANOSOCIETÀ

Donne, caporalato e sfruttamento nei campi del “Ghetto Italia”

Quando pensiamo al lavoro agricolo andiamo con la mente alla fatica e al sudore di un’occupazione considerata, a torto, prevalentemente maschile.

 

Le cose non stanno così. Nell’immaginario più comune si specchia un pregiudizio, visto che le donne, le braccianti, costituiscono un pezzo importante dell’offerta di lavoro in agricoltura. A dire il vero nella condizione delle braccianti, soprattutto se straniere, troviamo tutti i più terribili ingredienti delle nuove forme di sfruttamento.

 

Va detto innanzitutto che il lavoro femminile non sostituisce quello maschile, ma gli è complementare, soprattutto quando le donne sono impiegate per immagazzinare i prodotti agricoli dopo averli raccolti. Se si tratta di ortaggi le donne sono preferite agli uomini per via della maggiore delicatezza del lavoro da svolgere. La raccolta degli ortaggi può avvenire in serra, sotto grandi tendoni, al caldo asfissiante, dove all’umidità dobbiamo associare le esalazioni dei fitofarmaci e di altri veleni. Questo avviene in Calabria, nel Lazio, in Puglia, in Emilia…

 

Le donne, italiane e straniere, vengono condotte nei luoghi della raccolta dai caporali, trasportate per decine di chilometri dai punti di raccolta. Nel caso pugliese, i pulmini dei caporali partono dai comuni della provincia di Brindisi o di Taranto per raggiungere Bari e la Bat, dove c’è la più forte concentrazione di imprese di una certa dimensione: capaci di assorbire manodopera in grande quantità. Ed in queste aziende può capitare che le braccianti siano sottoposte a forme di ricatto, anche sessuale, pur di mantenere il posto, per essere richiamate a lavorare l’indomani.

 

Il ricatto sessuale non è nuovo. Nella memoria delle braccianti pugliesi e siciliane, per esempio, il racconto degli stupri e dei palpeggiamenti da parte dei caporali e dei capisquadra è sempre stato frequente. Quello che cambia è la nazionalità delle donne ricattate. Sono per lo più rumene o centrafricane. In alcuni casi, come ci hanno raccontato alcune braccianti rumene della provincia di Taranto, le più giovani sono selezionate nude in una specie di turpe sfilata sotto i teloni di imprese non sempre piccole e spesso beneficiarie di lauti finanziamenti pubblici. Questa condizione rivela quanto sia maschilizzato il sistema dello sfruttamento. Le caporali, infatti, sono poche e certamente non assurgono ai vertici del sistema.

La manodopera femminile è un doppio serbatoio di gratificazione per i caporali: pecuniaria e sessuale. Nei ghetti dei braccianti il confine tra lavoro bracciantile e prostituzione è davvero labile. Questo fenomeno è osservabile nel ghetto di Rignano Garganico o in altri più piccoli ghetti della Capitanata. Qui le donne – nigeriane, altre centrafricane e rumene – sono prostituite nei bordelli e condotte nei campi come braccianti. Siamo in un regime di doppia riduzione a merce delle braccia e del sesso di queste immigrate. Le ragazze vengono vendute per i braccianti, ma sono gratuitamente a disposizione dei caporali e dei proprietari dei terreni sui quali lavorano e sono innalzati i ghetti. Ci è capitato di osservare questa situazione soprattutto nel foggiano, dove la già elevata domanda invernale di sesso a pagamento aumenta nella stagione estiva grazie all’arrivo di migliaia di maschi per la raccolta del pomodoro. È un circolo vizioso, un girone infernale che stritola le ragazze in una morsa di stress, affaticamento e malattia.

 

Le braccianti italiane, quantunque meno soggette al sistema del ricatto sessuale, pagano, soprattutto se madri, l’inesistenza di sistemi di welfare adeguati al mercato del lavoro. È molto raro che un Comune apra un asilo o un nido notturno per i figli delle braccianti, e questo costituisce un impedimento alla continuità lavorativa che si ripercuote sulle garanzie contributive e retributive. D’altra parte, se alle braccianti viene sempre assegnato un numero di giornate agricole dichiarate all’Inps inferiore a quello delle giornate realmente lavorate, ci sarà una spiegazione. E queste giornate, poi, sono molte meno di quelle registrate per gli uomini. Sono certamente la più forte fragilità sociale, la tendenziale esclusione dal mercato del lavoro e una diffusa sottocultura che rendono le braccianti meno tutelate degli omologhi maschili, e meno visibili nel racconto mediatico sul lavoro agricolo.

 

In un sistema globale – gestito dalle grandi imprese della trasformazione agroindustriale e dalle grandi reti commerciali – per chi fissa il prezzo del prodotto agricolo a prescindere dal costo del lavoro, la manodopera femminile è una risorsa preziosa. Un prodotto può costare tanto ma contenere un dosaggio robusto di sfruttamento e di lavoro femminile (e maschile) nero e sottopagato. 

In Puglia nel 2014 sono aumentate le donne straniere registrate come braccianti, mentre è diminuito il numero delle tutele ad esse destinate. Il dato rivela una contraddizione interna al mercato del lavoro, mai sanata dalle normative e dalle ispezioni. Il prezzo del prodotto, incidendo sul tendenziale azzeramento del costo del lavoro come mai accaduto in precedenza nella storia contemporanea, gioca come una scommessa epocale contro i salari e contro la salute delle braccianti. Questo spiega, secondo noi, perché la scorsa estate ci sono stati sei morti nelle campagne pugliesi, tra i quali due donne.

 

Per porre rimedio a questa condizione disumana è necessario centralizzare nel sistema pubblico il collocamento delle/dei braccianti, sottrarlo alle agenzie informali – i caporali – ed a quelle interinali – non di rado in combutta con i caporali – di mediazione tra domanda e offerta di lavoro. Come è necessario che il trasporto e gli altri servizi siano garantiti dalle imprese e dalle istituzioni locali. Infine, gli stessi dispositivi contrattuali devono essere modificati al rialzo dei diritti: il ricorso al voucher, diffuso soprattutto al Nord, è un espediente adoperato dal sistema d’impresa più intelligente ed evoluto per ridurre salari e tutele e per evadere contributi. Perché questo accada, le grandi imprese dovranno ridurre i margini della rendita e del profitto accumulati sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli.

 

(Articolo di Leonardo Palmisano e Yvan Sagnet, autori di “Ghetto Italia” – Editore: Fandango)

 

 

Liberation focalizza nuovamente l’attenzione sui migranti, che dopo il 13 novembre erano usciti dai radar della stampa. La Grecia, lasciata sola ad affrontare lo tsunami umano (730.000 emigranti sbarcati dall’inizio dell’anno), viene anche accusata da alcuni paesi europei di non gestire in maniera adeguata le frontiere(P. Rizzo) .

Vedi anche la traduzione automatica in italiano.

 

Par Maria Malagardis et Fabien Perrier, à Lesbos — 3 décembre 2015 à 19:36

Depuis les attentats du 13 novembre, ce pays déjà bien seul pour gérer l’arrivée des réfugiés est accusé par certains pays européens de ne pas maîtriser ses frontières.

  • Migrants : la Grèce laissée pour compte