PRESENTAZIONE

L’articolo del Financial  Times si apre con un appello del vice cancelliere tedesco rivolto alle grandi aziende, perché assumano un numero maggiore di rifugiati dal momento che, secondo un’indagine, finora esse hanno assunto solo 54 in totale.

 Sono sorprendenti le motivazioni addotte dalla Bayer per giustificare il fatto di non aver assuntonemmeno un rifugiato.“they (i rifugiati) come from countries with educational systems where science is barely taught, and that’s what you need for a job at Bayer.”Un discorso di questo genere fatto a livello di PMI sarebbe comprensibile. Ebbene è successo esattamente il contrario. Sono proprio le piccole imprese che hanno aiutato i rifugiati ad inserirsi nel mondo del lavoro, mentre sono mancate quasi del tutto le “ammiraglie” dell’economia tedesche. Vien da chiedersi  se i doveri dei top manager delle multinazionali si esauriscano nel massimizzare ricavi e profitti. Nessun dovere sociale?

 Quando verso la fine dello scorso anno il flusso di rifugiati verso la Germania raggiunse il suo massimo, furono numerosi i giornali nostrani (e forse non solo) che scrissero che la Germania, o meglio la Merkel, spalancava le porte solo ai rifugiati più qualificati (si diceva che molti fossero laureati o almeno avessero un diploma di scuola superiore), mentre gli altri paesi erano costretti a prendersi gli altri. Come si vede le cose non stavano esattamente così. Ma non c’è dubbio che quando si parlava di “un nuovo miracolo economico tedesco” favorito dall’arrivo in massa dei migranti, si pensava che questi avrebbero potuto facilmente colmare il buco di centinaia di migliaia di posti di lavoro vacanti. Così non è stato e di quell’ottimismo iniziale si sono perdute le tracce.Authorities say the main problem is a lack of professional qualifications and German language skills.” (Pietro Rizzo)

Financial Times  15 luglio 2016

15 luglio, 2016

Guy Chazan a Berlino e Patrick McGee a Francoforte

Il vice cancelliere tedesco ha scritto ai boss delle aziende più importanti chiedendo di impiegare più rifugiati, in seguito a un’indagine secondo la quale essi hanno assunto solo 54 in totale.

Lo scorso anno sono arrivati in Germania intorno a un milione di migranti, un terzo dei quali provenienti dalla Siria. Il governo di Angela Merkel ha considerato prioritaria l’integrazione nel mercato del lavoro il più presto possibile.

Ma nonostante il gran numero di posti vacanti nel mercato del lavoro tedesco—665 mila in giugno— è risultato più difficile del previsto inserire i rifugiati nella forza lavoro.

Un’indagine del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine che ha coinvolto le prime 30 aziende tedesche, ha rivelato che esse hanno assunto in totale 54 rifugiati, di cui 50 assunti dalla sola Deutsche Post.

Nella sua lettera Sigmar Gabriel, ministro dell’economia e leader dei social democratici di centro sinistra, ha affermato che le piccole industrie che costituiscono il Mittelstand (ceto medio) della Germania, hanno costruito ponti per permettere ai rifugiati di entrare nel mercato del lavoro.

“Ma senza le ammiraglie dell’economia tedesca, senza di voi, il ponte non è ancora completo”, ha scritto. “Mostrate che le più grandi aziende in questo paese non sono solo le prime per ricavi e profitti….. ma anche quando si tratta di integrare i rifugiati”.

Un portavoce della Bayer, il gruppo farmaceutico tedesco, ha detto che da un lato i rifugiati erano motivati e volenterosi di imparare, dall’altro “essi provenivano da paesi in cui il sistema educativo prevede un insegnamento delle scienze molto carente, e questo è invece ciò che è necessario per essere assunti alla Bayer”. Egli ha detto che finora l’azienda non ha assunto neanche un rifugiato.

Quando la crisi dei migranti raggiunse il suo massimo lo scorso anno, i boss tedeschi inizialmente erano ottimisti circa le opportunità per i nuovi arrivati. Dieter Zetsche, CEO della Daimler, la fabbrica di macchine, disse a quel tempo che essi potrebbero costituire la base per il “prossimo miracolo economico tedesco”.

Ma da allora le aspettative che essi potessero colmare il gap di forza lavoro specializzata, si sono ridotte notevolmente. Le Autorità dicono che il problema principale è la mancanza di qualifica professionale e di conoscenza del tedesco.

Secondo le statistiche ufficiali, dei circa 300.000 rifugiati attualmente registrati come richiedenti lavoro, il 74 per cento non ha avuto alcuna formazione professionale e un quarto non ha nemmeno un diploma. Il nove per cento ha una laurea.

Vi è anche l’evidenza che migliaia stanno scivolando attraverso le crepe di un sistema che dovrebbe garantire che quasi tutti o lavorano o studiano. Le cifre rilasciate dall'Agenzia Federale del Lavoro alla fine del mese scorso, hanno messo in luce che 131mila rifugiati non lavorano né sono iscritti a corsi o programmi di addestramento.

Altre aziende tedesche contattate da FT hanno respinto le critiche del signor Gabriel. Un portavoce di SAP, il gruppo di software tedesco, ha dichiarato: "Per molte aziende tutto si traduce in un costo.

Esse debbono valutare se si possono permettere di assumere una persona che probabilmente non ha un’adeguata qualifica e ha una scarsa conoscenza della lingua”.

Un portavoce della Daimler ha insinuato che il signor Gabriele non è realista. "Tutti si aspettano una soluzione immediata, ma ciò non esiste", ha affermato.

Molte delle aziende contattate hanno dichiarato di aver organizzato corsi speciali di addestramento per i rifugiati. Daimler ha uno dei programmi più estesi per 300 richiedenti asilo che prevede “un corso ponte” di 14 settimane nella prima metà dell'anno.

Dei quaranta stagisti che avevano lavorato nella fabbrica Mercedes-Benz vicino a Stoccarda, la maggior parte ha ricevuto offerte di lavoro nell’industria, o gli è stato offerto un periodo di apprendistato presso Daimler, ha dichiarato la società.

L’acciaieria Thyssen Krupp ha creato anche 230 stage aggiuntivi appositamente per i rifugiati e in più 150 corsi di addestramento.

Ma presso la maggior parte delle altre aziende, gli schemi sono molto più ridotti. Ad esempio, il corso professionale di nove mesi per i profughi gestito dalla Eon, società di servizi tedesca, ha spazio per appena 15 persone, e nel frattempo altri quattro migranti stanno facendo un tirocinio formativo preliminare presso l'azienda.

Si è detto che uno dei problemi è la mancanza di interesse per periodi lunghi di apprendistato. "Molti rifugiati vogliono e devono incominciare a lavorare al più presto, ma la formazione richiede tempi lunghi", ha detto un portavoce di Eon.

Rocket Internet, il gruppo tecnologico con sede a Berlino, ha detto di aver organizzato due tirocini per rifugiati, ma non è riuscito a coprire tutti i posti. Il corso di formazione avanzato della Bayer era previsto per 20 posti, ma 10 sono rimasti vacanti.

Altri hanno accusato la burocrazia tedesca, in particolare le restrizioni severe su dove i rifugiati possano vivere. "Spesso essi semplicemente non sono in grado di accettare un lavoro che gli viene offerto perché l’azienda è troppo lontana da dove vivono", ha detto il portavoce di SAP. "Per noi sarebbe un grande aiuto se i rifugiati potessero stabilire autonomamente il luogo di residenza”.

(Traduzione a cura di Pietro Rizzo)

Per leggere il testo originale: Survey reveals Germany’s top companies employ just 54 refugees