Presentazione

Mentre nel Regno Unito si dibatte la proposta di un membro del parlamento, David Davies, (appoggiata tra gli altri da Jack Straw, già ministro degli interni e degli esteri dell’era Blair) di effettuare un controllo dentale per accertare l’età dei minorenni provenienti da Calais, per fortuna c’è chi dedica il suo tempo ad affrontare il problema molto serio della loro accoglienza.“As a handful of unaccompanied refugee children enter the UK, good social work practice – not rushed decisions about where to place them – will help”.

Ancora una volta viene messa sul banco degli imputati la burocrazia, che rappresenta un incubo per i rifugiati e per i migranti in generale.“Instead we, too, get caught up in the nightmare faced by every displaced person – bureaucracy.” (P.R.)

 

Risultati immagini per foto migranti minorenni inghilterra

The Guardian

I rifugiati minorenni in arrivo nel Regno Unito hanno bisogno di un caldo supporto e non di una fredda burocrazia.

Quando una manciata di rifugiati minorili entrerà nel Regno Unito, sarà utile la buona pratica dei servizi sociali, non le decisioni affrettate su dove collocarli.

Finalmente dopo anni di attesa il governo britannico ha ammesso di avere il dovere di venire incontro ai bisogni di un piccolo numero di bambini senza radici, senza casa e senza stato provenienti dalla “giungla” di Calais in corso di chiusura.

Abbiamo una settimana per trovare una sistemazione nei casi in cui non c’è un ricongiungimento familiare. Come faremo a garantire che ogni decisione sia nell’interesse dei bambini e soddisfi i nostri obblighi in base ai trattati e alle convenzioni internazionali che il nostro governo ha firmato?

Sappiamo da ciò che accade ai bambini sotto pubblica tutela nel Regno Unito, che il processo decisionale è spesso compromesso dalla incombenze burocratiche dell’organizzazione. Gli assistenti sociali sono ben consapevoli che non sempre il processo decisionale proviene da un accurato bilanciamento tra bisogni e relative risorse.

I minori non accompagnati raramente arrivano nel Regno Unito con documenti di identità e ciò accentua la loro vulnerabilità. Essi sono vulnerabili al traffico, al lavoro minorile, allo sfruttamento sessuale. Il loro status di apolidi a volte rende anche il processo di accesso ai servizi di protezione sociale quasi impossibile, e diventano invisibili nel buio delle nostre società.

La sistemazione di due bambini in due enti locali differenti in una parte qualsiasi dell’Inghilterra o del Galles è una decisione burocratica che non prende nella dovuta considerazione i bisogni e i diritti umani. Nel senso che non valuta le necessità relazionali dei bambini e non tiene conto delle relazioni che possano aver stabilito in precedenza.

C’è un significativo numero di ricerche in tutto il mondo e di soluzioni adottate in altre città, che dimostrano che cosa funziona e che cosa aggiunge danni a quelli già sperimentati.

I bambini non provengono da un gruppo omogeneo, ma da differenti culture e tradizioni e parlano lingue differenti. Essi non hanno famiglia e l’isolamento è una parte determinante, emozionale e psicologica della loro recente esperienza.

Possono o meno aver stabilito relazioni con loro coetanei che si sono sostituiti alle loro famiglie. Sono vissuti in campi malsani, pericolosi, tutt’altro che igienici e sono sopravvissuti.

Possono aver incontrato adulti affidabili, ma possono essere stati abusati o danneggiati da altri.

Molti paesi sono stati molto più attivi nell’andare incontro ai bisogni dei bambini di quanto sia stato il Regno Unito. Per esempio la Germania, la Grecia e la Thailandia hanno messo su centri di accoglimento per sei otto giovani per volta per garantire sicurezza e stabilità per un periodo sufficiente per adattarsi alla differente cultura, clima e lingua. Questo può favorire un certo recupero.

Altri paesi hanno fatto ricerche per scoprire le cose che funzionano, tra le quali ci sono quelle che combattono l’isolamento e, cosa molto importante, quelle che favoriscono le relazioni tra coetanei. Queste si formano prima, mentre quelle con gli adulti perpetuano la confusione e la sfiducia.

Si sa che le relazioni sono la chiave per il recupero e per l’ottenimento di un cambiamento positivo. Allora perché non si punta a una soluzione basata sulla continuità di alcune relazioni positive che i bambini possono aver stabilito durante il loro viaggio?

Tutta l’attenzione deve essere concentrata nel predisporre un ambiente che permetta ai giovani di sentirsi sicuri, prima che inizi ogni altra azione di recupero. Invece anche noi restiamo impigliati in quello che è l’incubo di tutti i migranti: la burocrazia.

La scorsa settimana in un seminario presso l’università della Finlandia orientale sono stati presentate dieci relazioni sul reinserimento e l’integrazione dei rifugiati da parte di paesi come Cina, Marocco, Australia, US, India, Ghana, e alcuni paesi europei. Tutti hanno condiviso due conclusioni di carattere generale: le relazioni sociali e culturali sono la chiave per un cambiamento positivo e la burocrazia è un ostacolo, se non una barriera.

Come professionisti dell’assistenza sociale e ricercatori abbiamo il dovere nei confronti dei giovani che arrivano nel Regno unito di fare bene il nostro lavoro non solo nelle prossime settimane, ma come risposta a una crisi umanitaria continua.

Impegnarsi con e accogliere ogni persona è la chiave di qualsiasi lavoro sociale. Come professione, stiamo mettendo a disposizione di manager e politici impegnati in questo compito la nostra perizia, le nostre conoscenze e le nostre competenze? Noi possiamo aiutare nella pianificazione e nella fornitura di servizi a favore di questi giovani molto vulnerabili e traumatizzati che entrano nel nostro paese.

Ora noi abbiamo bisogno di unire le nostre forze a quelle di altri per trovare i percorsi migliori durante il cambiamento, nell’esclusivo interesse di ogni bambino.

*Ruth Stark is president of the International Federation of Social Workers

Per leggere l'articolo originale: Refugee children arriving in the UK need warm support – not cold bureaucracy

PRESENTAZIONE

L’intervista di Liberation a François Gemenne, uno degli autori del libro Atlas des migrations environnementales  che proponiamo ha il merito di fare un po’ di chiarezza su una delle più antiche avventure umane, la migrazione. Era questa un’esigenza molto sentita dal momento che cause e numeri relativi a questo complesso fenomeno, vengono spesso piegati a interessi politici, contribuendo con ciò alla formazione di un’opinione pubblica del tutto avulsa dalla realtà. Per esempio si sente dire di frequente che è in atto un’”invasione” dell’Europa da parte dei migranti, mentre “l’Europa non accoglie che un'infima parte dei rifugiati” (dal 2008 al 2014, a causa di vari fattori avrebbero lasciato il loro paese oltre 185 milioni di persone).

Nell’intervista viene messa in discussione la distinzione tra rifugiati politici ed emigranti economici.

In Europa invece si è sviluppato un dibattito del tutto avulso dalla realtà e si è ripetuto che bisogna distinguere tra rifugiati ed emigranti economici, ignorando il fatto che la migrazione è un fenomeno multifattoriale e che i rifugiati sono anche migranti e viceversa. Gemenne lamenta tra l’altro in fatto che mentre ci sono 26 milioni di migranti per motivi ambientali, questo aspetto viene quasi del tutto ignorato.

Piero Rizzo

Liberation

Interview

François Gemenne : «Le motif environnemental des migrations n’est pas pris en compte»

Par Catherine Calvet, Recueilli par — 29 août 2016 à 17:11

http://md1.libe.com/photo/905356-page-27jpg.jpg?modified_at=1472488449&width=960

 

Les principaux spots de départs des migrations environnementales, esquisse originale de Philippe Rekacewicz. Photo Visionscarto.net. Atlas des migrations environnementales

Les migrations et l’exil sont des aventures humaines complexes et difficiles. Dans un atlas lumineux, le chercheur à Sciences-Po raconte ces odyssées en carte. Et dénonce la distinction entre migrants économiques et réfugiés politiques.

  • François Gemenne : «Le motif environnemental des migrations n’est pas pris en compte»

Il y a un an, on parlait en Europe de «crise migratoire», les arrivées de migrants avaient augmenté de 85 % par rapport à 2014. Après les naufrages de l’été en Méditerranée, la photo d’Aylan secouait enfin les consciences : appel du Pape, prise de position courageuse de la chancelière allemande, Angela Merkel, sommet européen… Pour le politiste François Gemenne, le problème est surtout mal posé : l’Europe «n’accueille» qu’une infime partie des réfugiés et surtout les débats sont en décalage avec la réalité, les responsables politiques européens sont surtout préoccupés par le tri entre migrants économiques et réfugiés politiques.

Avec Dina Ionesco et Daria Mokhnacheva de l’Organisation internationale pour les migrations, il a publié avant l’été un formidable Atlas des migrations environnementales (Sciences-Po Les Presses), dans lequel ils expliquent combien les migrations sont toujours multifactorielles et surtout bien trop complexes pour être rangées dans des catégories artificielles : les réfugiés sont aussi des migrants (et vice-versa), aucun départ n’est foncièrement volontaire ou forcé. Dégradations environnementales et conflits s’imbriquent souvent.

On estime à 26 millions le nombre de migrants environnementaux. Comment définir la «migration environnementale» ?

Cette notion recoupe un spectre de situations extrêmement large. Cela peut désigner aussi bien des migrations provoquées par une catastrophe naturelle, géologique comme un tremblement de terre, ou hydroclimatique comme les typhons, les sécheresses. Mais à l’opposé du spectre, le terme désigne aussi certaines migrations de confort, comme le tourisme ou une retraite prise au soleil. Ces dernières peuvent avoir des conséquences très diverses. Economiques, bien sûr, mais aussi politiques.

En Floride par exemple, les retraités venus du nord sont nombreux, ce qui en a fait l’Etat américain le plus âgé. Ce changement démographique a eu un impact politique considérable : si la Floride n’avait pas été aussi âgée, on peut imaginer qu’elle aurait voté pour Al Gore à l’élection présidentielle américaine de 2000, et la face du monde en aurait été changée.

Vous soulignez le caractère multifactoriel des migrations qui peine à être pris en compte…

On essaye de faire rentrer les migrants dans une catégorie, selon le motif de leur migration, alors que beaucoup de raisons interagissent avant de mener au départ.

Les facteurs environnementaux étaient davantage considérés à la fin du XIXe siècle dans les premières théories des migrations. Depuis 1945, la lecture des flux est beaucoup plus politique, avec la distinction entre réfugiés politiques, fuyant la guerre, et migrants économiques. Alors qu’on avait auparavant une vision multifactorielle des flux migratoires, on se réfère aujourd’hui à des catégories arbitraires et artificielles, essentiellement à partir du droit international mis en place au sortir de la Seconde Guerre mondiale. Or notre régime juridique comme nos politiques migratoires sont en décalage complet avec les réalités migratoires actuelles. Le motif environnemental n’est pas pris en compte et la différence entre migration économique et politique est artificielle.

Certaines migrations historiques illustrent bien l’aspect multifactoriel des migrations…

L’exemple de l’exode du Dust Bowl dans les années 30 est assez emblématique. Au départ, c’est une grande sécheresse qui provoque des vents de poussière dans le centre des Etats-Unis, ruinant ainsi toutes les récoltes et forçant les paysans à vendre leurs terres. Mais comme le Dust Bowl frappe en pleine dépression économique, les facteurs climatique et économique vont se renforcer mutuellement, et provoquer un exode massif. La plupart de ces paysans ruinés sont allés en Californie, qui est ainsi devenue, depuis, l’Etat américain le plus peuplé et le plus riche.

Vous évoquez une catégorie dont on parle peu : les populations piégées.

C’est un point aveugle de la question. Les populations les plus vulnérables sont souvent incapables de bouger. Les plus âgés, les moins instruits et les plus pauvres, les plus malades n’ont pas les moyens, et parfois pas la force, de se déplacer. La mobilité mobilise des ressources considérables. Il faut savoir se déplacer, avoir des économies, un réseau, être connecté. C’est vrai pour les migrations en général - on le voit avec les réfugiés syriens - mais c’est aussi le cas après une dégradation de l’environnement. Quand on a évacué La Nouvelle-Orléans avant l’arrivée de l’ouragan Katrina, en 2005, les 60 000 personnes qui sont restées coincées dans la ville étaient majoritairement pauvres et noires : les plus vulnérables et défavorisées.

Le cas du Bangladesh fait figure de cas d’école de ces populations prises au piège, pour plusieurs raisons. D’abord géographiques : 50 % du territoire est en dessous du niveau de la mer, il est donc en première ligne pour la fonte des glaciers de l’Himalaya, et il est sujet à un très grand nombre de catastrophes naturelles. C’est aussi un pays avec une densité de population extrême : 165 millions d’habitants sur un territoire équivalent à un quart de la France. Enfin, il reste aussi un des pays les plus pauvres du monde. Cela constitue trois facteurs de vulnérabilité.

Toujours à propos des points aveugles, vous dressez une carte de la recherche scientifique sur les migrations qui ne coïncide pas avec celle recensant les principaux spots de départ [représentés sur la carte ci-dessus]…

Toutes les régions ne sont pas également étudiées. Les chercheurs ont des contacts plus faciles avec certains pays : soit parce que le gouvernement est favorable à ces recherches, soit par effet d’entraînement, parce qu’il existe déjà des travaux sur cette région (cela donne une profondeur aux nouvelles études). Des programmes de recherche vont donner priorité à des pays plutôt que d’autres, beaucoup dépendent également des canaux de financement. La couverture médiatique peut jouer aussi. Et puis ça dépend aussi des conditions de sécurité, par exemple l’Afrique sahélienne est moins sûre que le Bangladesh. De plus, il y a une vraie démarche volontariste de la part du Bangladesh : la société civile, les autorités et les chercheurs sont très concernés et vont par exemple organiser de nombreux événements autour de la question. La recherche sur les migrations environnementales est très riche, très diverse mais aussi très éparse et segmentée.

Le cas des îles du Pacifique est plus connu…

Là, l’exemple est emblématique : on craint que certains territoires soient engloutis par la mer. Mais, à part la montée des eaux, ces îles sont aussi touchées par d’autres manifestations du réchauffement climatique : des sécheresses, des cyclones, une salinisation des sols… Il existe quantité de stratégies différentes pour contrer cette montée des eaux et le risque d’engloutissement : certains Etats, comme Kiribati, rachètent des terres à d’autres et encouragent la migration de leur population dans le même temps. D’autres îles cherchent à s’adapter sur place, en construisant des digues ou des îles artificielles.

Vous évoquez aussi les retours difficiles après les catastrophes naturelles…

La plupart du temps, le retour est souhaité, mais il est très compliqué à organiser.

On le voit dans le cas de La Nouvelle-Orléans : un tiers des déplacés ne sont jamais revenus, et la reconstruction de la ville après Katrina l’a métamorphosée. A l’opposé, il y a le retour forcé… C’est le cas à Fukushima, où le gouvernement a planifié un retour autoritaire dans des zones qui restent radioactives. Les catastrophes naturelles ne provoquent pas que des évacuations temporaires, et les processus de retour sont loin d’être naturels, ils sont profondément politiques.

Comment les conditions climatiques interfèrent-elles sur les conflits ?

Les deux questions sont souvent liées. Des conditions climatiques qui se dégradent vont rendre difficile l’accès aux ressources. Dans beaucoup de conflits, il y a une forte imbrication entre les facteurs politiques, économiques et environnementaux. C’est très clair en Afrique : la moitié de la population dépend directement de l’agriculture pour sa subsistance. Toute variation de la température ou de la pluviométrie aura donc des conséquences économiques, et se traduira par des pertes de revenus pour au moins la moitié de la population. Toute distinction entre facteurs environnementaux et économiques est absurde dans ce cas. C’est important de le dire : la migration environnementale est toujours aussi une migration politique et économique. On ne peut pas dépolitiser la question de l’environnement.

Le cas des réfugiés syriens a-t-il affaibli la cause des réfugiés climatiques ?

Sans doute un peu, mais opposer les réfugiés syriens aux réfugiés climatiques n’a pas de sens. Dans la crise syrienne, il y a aussi un élément climatique. Le pays a été frappé par une sécheresse sévère entre 2007 et 2011. La pauvreté s’est aggravée, a généré un exode rural important, et le climat social s’est durci. Cela ne suffit pas à expliquer la crise syrienne, et cela ne dédouane absolument pas Bachar al-Assad de ses crimes, mais ce n’est pas complètement étranger non plus. Et la «crise des réfugiés» fait ressurgir la dichotomie, qu’on pensait avoir dépassée, entre migration politique et migration économique. Notamment avec l’accord entre l’Union européenne et la Turquie au sujet des réfugiés, qui repose sur une logique de tri entre réfugiés politiques et migrants économiques. C’est bien sûr une construction artificielle, et la réalité des migrations est infiniment plus complexe.

Catherine Calvet Recueilli par

Atlas des migrations environnementales Dina Ionesco, Daria Mokhnacheva, François Gemenne, Sciences Po Les Presses, 2016.

François Gemenne : «Le motif environnemental des migrations n’est pas pris en compte»

 

Caccia agli umani: gli albini malawiani uccisi per le loro ossa

Anche se l’articolo che proponiamo non parla direttamente di migranti, abbiamo deciso di riportarlo sul nostro sito perché ci dà un’idea di quali terribili situazioni spesso si lascino alle spalle i cosiddetti emigranti economici o emigranti climatici.

Il Malawi è un paese poverissimo dell’Africa  sub-sahariana, la cui popolazione vive (se così si può dire) per la gran parte di agricoltura, che a  causa del cambiamento climatico non garantisce più neanche la sussistenza.

A parte la calamità naturale, l’articolo presenta una spaventosa situazione culturale. Si parla di vera e propria caccia agli albini “Albinos hunted like animals” , delle cui ossa si fa un macabro commercio, nell’ancestrale credenza che esse portino "wealth, happiness and good luck".

Ci chiediamo se un povero cristo proveniente da un paese come il Malawi che riesce per miracolo a raggiungere l’Europa, ha meno diritti di essere accolto rispetto a un siriano o a un afgano. (P.R.)

 

Albino teen attacked for her body parts

 

 

By Dominique van Heerden, CNN

Updated 1856 GMT (0256 HKT) June 7, 20

Amnesty: in Malawi caccia agli albini come a degli animali

Per Agness Jonathan, ogni giorno è un azzardo con la vita dei suoi figli.

La semplice decisione se devono o meno andare a scuola, comporta un rischio inimmaginabile di morte e smembramento per soddisfare una barbara richiesta.

Questo perché le sue figlie sono affette da albinismo, una condizione genetica che comporta la scarsa o addirittura l’assenza di pigmentazione della pelle, dei capelli e degli occhi. E questo li rende un bersaglio.

A bambini come quelli di Agness , secondo un nuovo rapporto rilasciato da Amnesty

International, in Malawi si dà la caccia come a degli animali, e le loro ossa sono vendute in base alla credenza che esse portino ricchezza, felicità e fortuna.

Il rapporto fa la cronaca della vita giornaliera di coloro che vivono in queste condizioni, e fornisce dei dettagli sulla estensione della recente ondata di uccisioni degli albini che vivono nel paese sub-sahariano senza sbocco al mare.

Il mese più sanguinoso è stato aprile di quest’anno, quando secondo Amnesty, quattro persone tra cui un bambino, sono state uccise.

Una delle vittime è stata il 17enne Davis Fletcher Machinjiri, che è andato a vedere una partita di calcio con un amico e non ha fatto più ritorno a casa.

La polizia del Malawi ha raccontato che è stato rapito da circa 4 uomini che l’hanno ucciso e venduto in Mozambico. Descrivendo la sua macabra morte, ha detto che gli uomini hanno fatto a pezzi le braccia e le gambe e hanno rimosso le ossa. Il resto del corpo l’hanno seppellito in una fossa poco profonda.

Dal 2014 almeno 18 albini sono stati uccisi, altri 5 sono stati rapiti e sono ancora dati per dispersi.

E se non fosse per la vigilanza dei locali, la più giovani figlia di Agness Chakuputsa, sarebbe una di quelli.

Lei è stata afferrata da tre uomini mentre la madre stava lavorando nei campi. Agness racconta come gli abitanti del villaggio hanno inseguito quegli uomini che alla fine hanno abbandonato la bambina tra i cespugli nelle vicinanze. Si è scoperto che uno dei rapitori è un parente, uno che, come racconta Agness ad Amnesty, considerava come un fratello. Questo, come racconta la comunità, è fin troppo frequente.

E’ noto che gli aggressori vendano parti del corpo agli stregoni nel Malawi e del vicino Mozambico, sperando di far soldi facilmente.

Amnesty dice che migliaia di persone affette da albinismo vanno incontro a un serio rischio di rapimento e uccisione da parte di individui o di bande criminali, e nello stesso tempo le Nazioni Unite avvertono che gli albini del Malawi sono a rischio di “totale estinzione”.

Grace Mazzah, un membro dell’associazione delle persone con albinismo in Malawi, è sempre consapevole del rischio che incombe sulla sua testa.

“Fa veramente paura”, lei dice. “Perché la gente mi deve dare la caccia come si fa con gli animali da mangiare?”

Traduzione a cura di Piero Rizzo. Per leggere l'articolo originale: Hunting for humans: Malawian albinos murdered for their bones

 

 

 

 

 

Non c’e dubbio che la schiacciante vittoria di un musulmano nell’elezione per il sindaco di Londra pone in discussione le certezze degli  assimilazionisti, di coloro cioè che come Merkel e Sarkosy hanno dichiarato che il multiculturalismo è fallito, senza che i loro paesi l’abbiano mai sperimentato. Moltissimi francesi (e non solo) addirittura dubitano che l’Islam sia compatibile con la società francese. Un sindaco musulmano a Berlino o a Parigi, al momento non è neanche ipotizzabile.

Ovviamente non è che in UK i problemi con i musulmani non esistano, ma “this likely has more to do with a history of racism than it does with an unwillingness to integrate”.

La chiusura suona come auspicio che quello che è avvenuto a Londra sia di esempio per tutto il continente.

(P.R.)

 

Gb: chi è Sadiq Khan, l'outsider che trionfa a Londra contro tutte le previsioniSadiq Khan and the Future of Europe

NYT

By MEHDI HASANMAY 13, 2016

WASHINGTON — As the votes in London’s mayoral election were being counted on May 5, almost every British Muslim I know seemed to have only one thought: Would Sadiq Khan pull it off? (ce la farà?)

He did. Mr. Khan, the son of Pakistani immigrants, was elected as the first Muslim mayor of a Western capital city, with more than 1.3 million votes, in what is being called the biggest mandate in the history of British politics. And the Labour candidate managed his landslide even after his opponent, the Conservative politician Zac Goldsmith, smeared him as a “radical” and shamelessly accused him of giving “oxygen” to extremists.

Islamophobes are tearing their hair out as they decry the Islamization of Britain. But for all the Muslim baiting, London’s new mayor is part of an encouraging trend. He’s just the latest in a series of observant Muslims who have captured the hearts and minds of the British public. Last October, 14.5 million Britons tuned in to watch the smiling, hijab-clad Nadiya Hussain, the daughter of a waiter from Bangladesh, as she was crowned champion of “The Great British Bake Off,” a TV show. In April, Riyad Mahrez, who was born in Paris to an Algerian father and a Moroccan mother, was awarded the Professional Footballers’ Association Player of the Year trophy after scoring 17 goals for Leicester City, which went on to a surprise victory in the Premier League championship.

In a perfect world, the faith of a TV cooking show star, an athlete or even a major politician would be irrelevant. But in our deeply imperfect — and, yes, Islamophobic — world, it isn’t. British newspapers are filled with alarmist headlines about “Muslim sex grooming” and “the rise in Muslim birthrate.” Earlier this year, Trevor Philips, the former chairman of Britain’s Equality and Human Rights Commission, accused Britain’s Muslims of “becoming a nation within a nation.”

It’s harder to say that now. The tide is turning in the toxic debate on Islam, integration and multiculturalism. As Mr. Khan told Time magazine, the best way to fight extremism is to “say to youngsters you can be British, Muslim and successful” and to “point to successful British role models,” like Zayn Malik, a pop star, and Mo Farah, an Olympic gold medal-winning runner. London’s new mayor may become the ultimate role model. I imagine Muslim parents across Britain are now reciting Sadiq Khan’s name to their kids. It’s one thing to celebrate the Muslim winner of a reality TV show; quite another to have a Muslim elected to one of the highest offices in the land.

Mr. Khan’s resounding victory was a stinging rebuke to the peddlers of prejudice. Here is a Muslim who prays and fasts and has gone on the hajj to Mecca. But he sees no contradiction in being a card-carrying liberal, too. As a member of Parliament, he voted — despite death threats from Islamist extremists — in favor of same-sex marriage and he campaigned to save a local pub in his constituency from closure. He has pledged to serve as a “feminist mayor” of London and made his first public appearance after the election at a Holocaust memorial service.

The capital, admittedly, is a city apart — diverse, immigrant-friendly and home to around four in 10 of England’s 2.6 million Muslims. But even outside London, the more relaxed and tolerant British model of multiculturalism has done a far superior job of integrating, even embracing, religious and racial diversity than the more muscular, assimilationist models in Continental Europe.

While Angela Merkel and Nicolas Sarkozy have declared multiculturalism a failure, the truth is that their countries, Germany and France, have never tried it. As Tariq Modood, the author of “Still Not Easy Being British,” writes, multiculturalism is the “political accommodation of difference.” For the French, however, difference has never even been tolerated, much less accommodated. In contrast, British-style multiculturalism has treated integration, as even David Cameron conceded almost a decade ago, as “a two-way street” and never required, in the words of Will Kymlicka, the author of “Multicultural Odysseys,” that “prior identities” must “be relinquished” in order to build a national identity.

Is it surprising that polls find that British Muslims are more patriotic and take more pride in their national identity than their non-Muslim counterparts and studies show that ethnic and religious segregation in Britain is either steady or in decline?

That isn’t to deny the problems. Britain’s Muslims tend to have the highest unemployment, worst health and fewest educational qualifications of any faith community. But this likely has more to do with a history of racism than it does with an unwillingness to integrate. A 2013 study found that Muslim men in Britain were up to 76 percent less likely to get a job offer than Christian men of the same age holding similar qualifications, while Muslim women were 65 percent less likely to be employed than Christian women.

The situation, then, is far from perfect, but there is a good reason that British Muslims look across the English Channel and breathe a sigh of collective relief.

It is difficult to imagine a Mayor Khan being elected in Berlin or the hijab-clad Hussain being embraced by French TV viewers. In Germany, a far-right, anti-immigrant party did surprisingly well in recent local elections. The prime minister of France has suggested that a “majority of French citizens doubt” that Islam is compatible with French society. Meanwhile, the Czech president claims it is “impossible” to integrate Muslims in Europe.

Such virulent rhetoric risks becoming self-fulfilling: The more you demonize Islam and Muslims, and the more Muslims are treated as “them” and not “us,” the more you push people apart. Fear and loathing is not a strategy for integration. Last week, Londoners, in the words of their new mayor, chose “hope over fear, and unity over division.” It’s an example for the rest of Europe.

PRESENTAZIONE

L’articolo del Financial  Times si apre con un appello del vice cancelliere tedesco rivolto alle grandi aziende, perché assumano un numero maggiore di rifugiati dal momento che, secondo un’indagine, finora esse hanno assunto solo 54 in totale.

 Sono sorprendenti le motivazioni addotte dalla Bayer per giustificare il fatto di non aver assuntonemmeno un rifugiato.“they (i rifugiati) come from countries with educational systems where science is barely taught, and that’s what you need for a job at Bayer.”Un discorso di questo genere fatto a livello di PMI sarebbe comprensibile. Ebbene è successo esattamente il contrario. Sono proprio le piccole imprese che hanno aiutato i rifugiati ad inserirsi nel mondo del lavoro, mentre sono mancate quasi del tutto le “ammiraglie” dell’economia tedesche. Vien da chiedersi  se i doveri dei top manager delle multinazionali si esauriscano nel massimizzare ricavi e profitti. Nessun dovere sociale?

 Quando verso la fine dello scorso anno il flusso di rifugiati verso la Germania raggiunse il suo massimo, furono numerosi i giornali nostrani (e forse non solo) che scrissero che la Germania, o meglio la Merkel, spalancava le porte solo ai rifugiati più qualificati (si diceva che molti fossero laureati o almeno avessero un diploma di scuola superiore), mentre gli altri paesi erano costretti a prendersi gli altri. Come si vede le cose non stavano esattamente così. Ma non c’è dubbio che quando si parlava di “un nuovo miracolo economico tedesco” favorito dall’arrivo in massa dei migranti, si pensava che questi avrebbero potuto facilmente colmare il buco di centinaia di migliaia di posti di lavoro vacanti. Così non è stato e di quell’ottimismo iniziale si sono perdute le tracce.Authorities say the main problem is a lack of professional qualifications and German language skills.” (Pietro Rizzo)

Financial Times  15 luglio 2016

15 luglio, 2016

Guy Chazan a Berlino e Patrick McGee a Francoforte

Il vice cancelliere tedesco ha scritto ai boss delle aziende più importanti chiedendo di impiegare più rifugiati, in seguito a un’indagine secondo la quale essi hanno assunto solo 54 in totale.

Lo scorso anno sono arrivati in Germania intorno a un milione di migranti, un terzo dei quali provenienti dalla Siria. Il governo di Angela Merkel ha considerato prioritaria l’integrazione nel mercato del lavoro il più presto possibile.

Ma nonostante il gran numero di posti vacanti nel mercato del lavoro tedesco—665 mila in giugno— è risultato più difficile del previsto inserire i rifugiati nella forza lavoro.

Un’indagine del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine che ha coinvolto le prime 30 aziende tedesche, ha rivelato che esse hanno assunto in totale 54 rifugiati, di cui 50 assunti dalla sola Deutsche Post.

Nella sua lettera Sigmar Gabriel, ministro dell’economia e leader dei social democratici di centro sinistra, ha affermato che le piccole industrie che costituiscono il Mittelstand (ceto medio) della Germania, hanno costruito ponti per permettere ai rifugiati di entrare nel mercato del lavoro.

“Ma senza le ammiraglie dell’economia tedesca, senza di voi, il ponte non è ancora completo”, ha scritto. “Mostrate che le più grandi aziende in questo paese non sono solo le prime per ricavi e profitti….. ma anche quando si tratta di integrare i rifugiati”.

Un portavoce della Bayer, il gruppo farmaceutico tedesco, ha detto che da un lato i rifugiati erano motivati e volenterosi di imparare, dall’altro “essi provenivano da paesi in cui il sistema educativo prevede un insegnamento delle scienze molto carente, e questo è invece ciò che è necessario per essere assunti alla Bayer”. Egli ha detto che finora l’azienda non ha assunto neanche un rifugiato.

Quando la crisi dei migranti raggiunse il suo massimo lo scorso anno, i boss tedeschi inizialmente erano ottimisti circa le opportunità per i nuovi arrivati. Dieter Zetsche, CEO della Daimler, la fabbrica di macchine, disse a quel tempo che essi potrebbero costituire la base per il “prossimo miracolo economico tedesco”.

Ma da allora le aspettative che essi potessero colmare il gap di forza lavoro specializzata, si sono ridotte notevolmente. Le Autorità dicono che il problema principale è la mancanza di qualifica professionale e di conoscenza del tedesco.

Secondo le statistiche ufficiali, dei circa 300.000 rifugiati attualmente registrati come richiedenti lavoro, il 74 per cento non ha avuto alcuna formazione professionale e un quarto non ha nemmeno un diploma. Il nove per cento ha una laurea.

Vi è anche l’evidenza che migliaia stanno scivolando attraverso le crepe di un sistema che dovrebbe garantire che quasi tutti o lavorano o studiano. Le cifre rilasciate dall'Agenzia Federale del Lavoro alla fine del mese scorso, hanno messo in luce che 131mila rifugiati non lavorano né sono iscritti a corsi o programmi di addestramento.

Altre aziende tedesche contattate da FT hanno respinto le critiche del signor Gabriel. Un portavoce di SAP, il gruppo di software tedesco, ha dichiarato: "Per molte aziende tutto si traduce in un costo.

Esse debbono valutare se si possono permettere di assumere una persona che probabilmente non ha un’adeguata qualifica e ha una scarsa conoscenza della lingua”.

Un portavoce della Daimler ha insinuato che il signor Gabriele non è realista. "Tutti si aspettano una soluzione immediata, ma ciò non esiste", ha affermato.

Molte delle aziende contattate hanno dichiarato di aver organizzato corsi speciali di addestramento per i rifugiati. Daimler ha uno dei programmi più estesi per 300 richiedenti asilo che prevede “un corso ponte” di 14 settimane nella prima metà dell'anno.

Dei quaranta stagisti che avevano lavorato nella fabbrica Mercedes-Benz vicino a Stoccarda, la maggior parte ha ricevuto offerte di lavoro nell’industria, o gli è stato offerto un periodo di apprendistato presso Daimler, ha dichiarato la società.

L’acciaieria Thyssen Krupp ha creato anche 230 stage aggiuntivi appositamente per i rifugiati e in più 150 corsi di addestramento.

Ma presso la maggior parte delle altre aziende, gli schemi sono molto più ridotti. Ad esempio, il corso professionale di nove mesi per i profughi gestito dalla Eon, società di servizi tedesca, ha spazio per appena 15 persone, e nel frattempo altri quattro migranti stanno facendo un tirocinio formativo preliminare presso l'azienda.

Si è detto che uno dei problemi è la mancanza di interesse per periodi lunghi di apprendistato. "Molti rifugiati vogliono e devono incominciare a lavorare al più presto, ma la formazione richiede tempi lunghi", ha detto un portavoce di Eon.

Rocket Internet, il gruppo tecnologico con sede a Berlino, ha detto di aver organizzato due tirocini per rifugiati, ma non è riuscito a coprire tutti i posti. Il corso di formazione avanzato della Bayer era previsto per 20 posti, ma 10 sono rimasti vacanti.

Altri hanno accusato la burocrazia tedesca, in particolare le restrizioni severe su dove i rifugiati possano vivere. "Spesso essi semplicemente non sono in grado di accettare un lavoro che gli viene offerto perché l’azienda è troppo lontana da dove vivono", ha detto il portavoce di SAP. "Per noi sarebbe un grande aiuto se i rifugiati potessero stabilire autonomamente il luogo di residenza”.

(Traduzione a cura di Pietro Rizzo)

Per leggere il testo originale: Survey reveals Germany’s top companies employ just 54 refugees