Di Sergio Pasquinelli - Istituto per la Ricerca Sociale

Questo post è una parte dell’articolo di apertura di “Prospettive Sociali e Sanitarie”, 23 settembre 2015.

Saranno trentamila, cinquantamila, di più? Quanti profughi arrivati in Italia rimarranno davvero nel nostro paese? Un esodo epocale ha preso avvio, e non da oggi. Un’onda lunga, che ci accompagnerà per anni, su cui si dibatte in termini emergenziali. Ma che dobbiamo guardare anche al di là, affrontare alzando lo sguardo: in termini di accoglienza di secondo livello, di integrazione nel tessuto sociale. In termini di formazione, struttura economica, abitativa, in termini di proposte e di nuove regole.

Ne parliamo con Massimo Minelli, presidente di Federsolidarietà Lombardia e da anni in prima linea sul fronte dell’accoglienza della popolazione straniera vulnerabile. Gli ultimi flussi ci restituiscono una realtà “fatta ancora prevalentemente di maschi, ma anche di molte famiglie, madri sole con figli, minori non accompagnati. Su quest’ultimo gruppo alcuni Comuni, come Milano, mostrano grande sensibilità”.

Come si sta muovendo l’accoglienza? Una struttura pensata per poche migliaia di migranti non ha retto l’urto dei numeri che stiamo conoscendo. Così è cresciuta la cosiddetta accoglienza diffusa, quella delle famiglie, delle diocesi, delle associazioni religiose e laiche. Ma sono cresciute – aggiunge Minelli – anche “situazioni che si sono un po’ inventate in questo settore, facendo leva sulla necessità di una risposta urgente, spinte più da una logica di mercato e poco sensibili alle dinamiche dell’inserimento territoriale”.

L’accoglienza dei migranti, quella ufficiale, istituzionale, si basa oggi in Italia su un sistema che lega Ministero dell’Interno, Prefetture, Comuni e soggetti del privato sociale. Un sistema ampiamente basato sull’emergenza. Oggi questo sistema, che pure è cresciuto negli anni, presenta criticità nelle dimensioni e nella organizzazione.

Per rifugiati e richiedenti asilo esiste una rete di accoglienza, gli Sprar, che è cresciuta come capienza, fino a raggiungere i 20.000 posti all’inizio di quest’anno: una cifra oggi palesemente inadeguata e un insieme di centri che vanno rafforzati.

Ma l’esito delle domande di asilo ci dicono una cosa molto chiara: la maggior parte dei migranti lo è per motivi umanitari / economici, non riguardano l’asilo politico. Tutti richiedono asilo politico perché questo è ciò che possono fare, ma si rivela una richiesta impropria in due casi su tre. Dario Colombo della cooperativa Il Melograno, che accoglie 110 migranti nell’hinterland milanese: “si crea così una massa di persone che dopo anni in Italia si ritrovano irregolari, dato che i permessi di soggiorno per motivi umanitari vengono dati col contagocce. Va rivisto un sistema che sembra fare di tutti i migranti dei richiedenti asilo, ma che in realtà alimenta sul medio periodo frustrazione e clandestinità”.

Un’inchiesta del settimanale “L’Espresso” ha documentato come su 170.000 migranti sbarcati in Italia nel 2014 centomila sono spariti nel nulla.

Tra la prima e la seconda accoglienza c’è ancora un salto, un mancato coordinamento. Così nella prima accoglienza si offre vitto e alloggio, o poco più, ma dove i migranti rischiano soprattutto oggi di rimanere parecchio, galleggiando nell’incertezza.

Superare la logica dell’emergenza richiede la formulazione di progetti con le persone, regole chiare: stabilire dei patti, dei contratti, richiedere impegni, farli rispettare. Che significato ha una accoglienza che è solo assistenza, dietro la quale c’è il vuoto, senza assunzione di responsabilità, senza supporti alla integrazione nei territori, nella società, nel mercato del lavoro?

Patti e progetti devono stabilire traguardi: la padronanza della lingua italiana, un lavoro, un’abitazione autonoma, una vita di relazione soddisfacente. Quanto più questi traguardi sono coerenti con le risorse delle persone, quanto più queste se li sentono propri, tanto più potranno generare cambiamento.

Penso ai programmi di inserimento usati nella sperimentazione del Reddito minimo di inserimento: aiuti a fronte di impegni, tempi certi con verifiche e controlli, risorse dedicate a costruire reti che affondano le radici nei sistemi dell’istruzione, della formazione professionale, del mercato del lavoro. Servono canali strutturati, risorse dedicate, perché le persone lasciate sole perdono motivazione e tendono ad acquisire comportamenti opportunistici.

Dopo la prima accoglienza e la solidarietà occorrono nuove regole, nazionali ma dentro un sistema dove anche Regioni e Comuni devono avere un ruolo. Per evitare di andare in ordine sparso verso il fai-da-te dell’inserimento dell’immigrato nella società italiana. Esistono buone pratiche e hanno molto da dire.