Immigrati. Occasione perduta? - II parte

di Cosimo Perrotta

 

2. Creare occupazione

Gli immigrati non risolvono il problema della disoccupazione nelle nostre società, e del conseguente aggravarsi delle disuguaglianze nei redditi. Possono dare però un buon contributo a risolverlo. Intanto perché creano domanda per i lavori che provvedono a tutti i loro bisogni: accoglienza, alloggi, istruzione, socializzazione, inserimento nel mondo amministrativo, apprendimento dei nostri valori e dei diritti umani, ecc. In secondo luogo perché, con i loro investimenti in piccole imprese, stanno gradualmente ricostruendo il tessuto economico della micro-occupazione.

Invece, per l’occupazione derivata da investimenti di lungo periodo, l’impulso deve venire dallo stato, il solo che può garantire e avviare grandi progetti riformatori, anche quando si articolano in investimenti dei privati. Parliamo di progetti per la riconversione delle fonti energetiche; il risanamento ambientale; lo smaltimento razionale dei rifiuti; il risanamento del dissesto idrogeologico; la riconversione degli stabili dismessi; il restauro dei monumenti; la creazione di infrastrutture moderne, soprattutto nel Sud; la creazione di infrastrutture informatiche e di telecomunicazione basata su micro-centrali; il potenziamento della ricerca; la riqualificazione della scuola; l’educazione civica di massa; l’organizzazione per il controllo del territorio; l’estensione capillare dei vari servizi alla persona; ecc.

Questi enormi settori rappresentano bisogni insoddisfatti. L’intervento su di essi aumenterebbe notevolmente l’occupazione, il benessere collettivo e la produttività sociale. Essi sono trascurati perché il sistema attuale è diventato ormai irrazionale, in quanto punta soprattutto sulla produzione privata di beni privati. I beni privati hanno sostenuto lo sviluppo industriale per due secoli, ma già da qualche decennio hanno raggiunto i limiti della crescita continua. Nell’Europa occidentale del secondo Novecento, con la creazione del welfare state, anche gli ultimi strati della popolazione sono stati coinvolti nell’aumento dei consumi e nel benessere (ci sono voluti circa mille anni perché l’aumento della ricchezza dovuto all’accumulazione capitalistica investisse i ceti più poveri).

Nello stesso periodo l’aumento della produttività si è accelerato in modo mai visto prima, riducendo sempre più, non solo il costo del capitale fisso, ma anche il capitale umano necessario alle varie produzioni. Il risultato di questi due fenomeni epocali è stato la saturazione del mercato dei beni privati tradizionali.

Per evitare il ristagno e continuare lo sviluppo, non serve forzare la domanda attraverso gli strumenti dell’usa-e-getta, della cultura del consumismo, dell’obsolescenza programmata dei prodotti. Questi sono i palliativi che, anziché risolvere il problema, hanno portato alla crisi attuale (le maldestre politiche europee per la ripresa non hanno effetto perché tutti pensano alla crisi attuale come se fosse une crisi ciclica; in realtà si tratta di una crisi epocale e di sistema).

L’unico rimedio è l’espansione della produzione di beni collettivi che soddisfano nuovi bisogni.

I progetti che abbiamo menzionato riguardano soprattutto i beni collettivi; eccetto, in parte, i servizi alla persona e poco altro. Questi beni richiedono quasi sempre la promozione dello stato, perché i privati non possono affrontare i grandi costi dell’investimento o perché questi beni, pur accrescendo il benessere e la produttività sociale, non danno profitto o infine perché il profitto che danno è troppo dilazionato.

La produzione e il consumo di questi beni, se diventano centrali nell’economia - come è necessario per riavviare lo sviluppo - dimostrano che oggi il profitto privato non è più il solo motore dello sviluppo. Ad esso si affiancano attività guidate da altri criteri. Perciò assistiamo oggi all’attenzione verso i beni comuni, le attività di volontariato e delle ONG, le attività di solidarietà e di cultura che partono dal basso, ecc. Tutte queste attività non sono - come potrebbe sembrare - estranee all’economia. Esse rappresentano un impiego produttivo della ricchezza sociale che soddisfa nuovi bisogni ed estende il benessere.

Alla stessa logica risponde quello che potrebbe essere il più grande dei progetti di sviluppo guidati dallo stato. Un progetto che non si riferisca soltanto all’interno ma si rivolga innanzitutto all’esterno, alle economie povere. Questo progetto dovrebbe seguire la stessa logica che guidò il geniale Piano Marshall, col quale gli Stati Uniti, subito dopo la seconda guerra mondiale, dettero un enorme aiuto economico ai paesi disastrati dell’Europa. E’ la logica per cui l’aiuto economico giova allo sviluppo, non solo di chi riceve il dono, ma anche di chi lo fa. In effetti gli USA ricevettero un grandioso impulso alla ripresa economica post-bellica, sia perché la produzione dei beni donati attivava l’occupazione interna sia perché lo sviluppo rapido dell’Europa permise a quest’ultima di acquistare i prodotti americani e in genere di far crescere i rapporti commerciali.

Noi dobbiamo fare la stessa cosa, soprattutto con l’Africa. Aiutare l’Africa ad uscire dalla morsa della miseria significa anche impostare le condizioni perché il flusso di emigrati verso l’Europa non sia così accelerato o così eccessivo da travolgere la nostra economia anziché aiutarla. Ma significa soprattutto occupare i nostri giovani, in particolare quelli scolarizzati.

Non si tratta infatti di fare assistenza, ma di aiutare i paesi poveri a costruire le premesse per avviare il loro sviluppo. Bisogna combattere l’analfabetismo classico e quello informatico, istituire scuole regolari di tutti i tipi e organizzare la frequenza obbligatoria o di massa; organizzare la formazione dei formatori nei vari campi e ai vari livelli; costruire le strutture giuridiche e amministrative, le infrastrutture fisiche e telematiche di base, approvvigionamenti di acqua potabile e ospedali, ecc. ecc.

Si tratta di un vastissimo numero di lavori che vanno dalla rilevazione dei dati, alla progettazione, esecuzione, monitoraggio, ecc. nei vari settori. Essi potrebbero impiegare decine di milioni di giovani europei specializzati. Questi lavori dovrebbero iniziare a globalizzare - dopo il commercio, che in buona parte è in mano alle multinazionali - anche lo sviluppo e il benessere, superando la frontiera che negli anni settanta fu posta per limitare il welfare state all’interno delle società europee.

 

in pubblicazione anche, con titolo un po’ variato, suwww.postfilosofie.it e su Sviluppo Felice . La prima parte è uscita il 15 febbr. scorso).

 

AGGIUNTA IMPORTANTE

Al momento di postare questo articolo notiamo che è esploso in Italia il caso di Mimmo Lucano, sindaco di Riace, in Calabria, il quale è stato inserito dalla celebre rivista americana Fortune tra le 50 persone più influenti del mondo. Che cosa ha fatto questo sindaco di tanto importante? Ha seguito esattamente il criterio che andiamo ripetendo da tempo: che gli immigrati sono una grande opportunità di sviluppo e non un costo. Il sindaco ha ospitato 300 immigrati curdi e ha rivitalizzato così l’economia di una paesino che stava morendo, perché vi erano rimasti solo 400 anziani. Meritava l’attenzione di Fortune; ma anche del grande regista Wim Wenders, che gli ha dedicato il cortometraggio Il volo? Certo che sì. Ma in Italia ben pochi se ne erano accorti.


 

 

 

"Raccomandiamo questa lettera, asciutta ma commovente, che dà bene l'idea della tragedia che  soffrono i siriani"

damasco

La Storia di Nadia

documento 22-2-2016 di Dante Blagho

La settimana scorsa Nadia Sukkar (nome convenzionale) è stata a casa mia. Veniva da Aleppo dove l’ho conosciuta nel 1994, come alunna dei corsi d’italiano all’Università e poi, fino a oggi, carissima amica di famiglia, anzi una figlia. Ecco la sua storia.

“Nel 2011 a Damasco i miei due figli hanno partecipato ad alcune dimostrazioni per la libertà. Anch’io tenevo riunioni a casa mia con parecchia gente e discutevamo dell’avvenire della Siria. Una sera i miei figli non sono tornati a casa e subito sono andata alla polizia per chiedere dove erano. Dopo la notte in attesa il capo mi ricevette e mi rimproverò del fatto che i miei figli si occupavano di manifestare in pubblico, anziché studiare. Poi aggiunse che i miei figli stavano bene e mi congedò ingiungendomi di non tornare più a chiedere informazioni perché poteva finir male. Dopo tre mesi i miei figli tornarono a casa. Erano stati in una prigione di Assad e portavano i segni di torture che guarirono dopo un mese. Erano stati rilasciati dopo il pagamento alle guardie carcerarie di un riscatto ingente tanto che dovetti vendere la casa. Fu così che decidemmo di lasciare la Siria e andammo al Cairo dove ho una sorella.

Mettemmo su una piccola attività di ristorazione che ci dava da vivere,malgrado le intimidazioni della polizia egiziana che ci gridava di andarcene via. Dopo un po’ di tempo,tornando da Istanbul,trovai la frontiera egiziana chiusa per i siriani dietro ordine di Al-Sisi. A Istanbul ricominciai un’altra piccola attività di bar. Lavoravo con fatica perché contemporaneamente curavo il cancro al seno. Per fortuna le spese della chemioterapia erano a carico dello stato turco. Nel dicembre scorso tramite Facebook sono venuta in contatto con voi e volevo venire in Italia. La cosa era difficilissima e allora un mese fa mi dissi: ”Devi scegliere tra la barca della morte e la Siria”. Scelsi il mare e a Smirne mi imbarcai con altre trenta persone su un gommone. Pagai 1250 euro. In mare restammo venti ore perché lo scafista non aveva la bussola e smarrì la rotta. Sbarcammo a Samo in condizioni fisiche, ma fui aiutata dai medici greci. Ristabilitami andai all’aeroporto di Atene e presi un aereo Alitalia per Roma. Andò tutto liscio anche all’arrivo a Fiumicino grazie al fatto che parlai italiano. Poi presi il treno per Lecce dove voi mi aspettavate alla stazione.

Ora la casa mia è il telefono. Chiamo mio figlio che sta in Svezia o in Egitto e parlo con qualche amico nel mondo. Vorrei chiedere asilo politico in Francia e dunque tra un po’ di tempo, dopo una sosta presso parenti che stanno a Parma, prenderò un treno perParigi.Tuttoil mio avere è questa borsetta dove c’è dentro un po’ di biancheria e le scarpette per ballare il tango,che è la mia grande passione. Lentamente e senza piangere riprenderò la mia vita e vi inviterò un giorno a casa mia nella provincia francese”.

Ora Nadia è a Parigi e questa settimana farà la domanda di asilo. Qui ho riassunto le sue conversazioni. Sono felice che la lingua italiana sia servita a dare coraggio e salvezza a una persona di Aleppo, città sull’orlo di una catastrofe a causa della guerra. Ho anche con me la registrazione di una conversazione con lei, ma ho preferito questa forma di racconto perché in questo momento conta la sola realtà dei fatti, che parlano da sé. Nadia è da considerare già come una ”cittadina europea in lista d’attesa” e non come una migrante o peggio una clandestina. Spero di avere ragione: ”Benvenuta in Europa,Nadia”.

Corigliano d’Otranto,

11 ottobre 2015                                                                                                                                                                                 Dante Blagho

 

 

 

 

                                                                                                         

Di Sergio Pasquinelli - Istituto per la Ricerca Sociale

Questo post è una parte dell’articolo di apertura di “Prospettive Sociali e Sanitarie”, 23 settembre 2015.

Saranno trentamila, cinquantamila, di più? Quanti profughi arrivati in Italia rimarranno davvero nel nostro paese? Un esodo epocale ha preso avvio, e non da oggi. Un’onda lunga, che ci accompagnerà per anni, su cui si dibatte in termini emergenziali. Ma che dobbiamo guardare anche al di là, affrontare alzando lo sguardo: in termini di accoglienza di secondo livello, di integrazione nel tessuto sociale. In termini di formazione, struttura economica, abitativa, in termini di proposte e di nuove regole.

Immigrati. Occasione perduta? - Prima parte

di Cosimo Perrotta 15-2-2016

1. Riequilibrare le economie europee

Cerchiamo di fissare su basi razionali il problema dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti. Le società europee più ricche stanno invecchiando a causa di due fattori fondamentali, derivanti dal loro benessere, molto alto. Il primo fattore è l’allungamento della vita media, che in cento anni è passato da circa 40 a circa 80 anni. Ciò è dovuto in particolare al fatto che mangiamo molto meglio; lavoriamo meno e i nostri lavori sono molto meno pesanti e logoranti. Infine la medicina ha fatto tali fantastici progressi e il sistema sanitario è così bene organizzato che la nostra salute è migliorata di continuo.

Non pensate che le esperienze negative che abbiamo ogni giorno contraddicano questo quadro. Le singole esperienze negative sono intollerabili se vengono rapportate ai modelli a cui la nostra società è abituata. Ma confrontate la nostra situazione con quella delle le società asiatiche, africane e dell’America Latina, oppure con quella europea di appena 60 anni fa, e vi renderete conto subito dell’enorme vantaggio che abbiamo.

Il secondo fattore dell’invecchiamento delle società ricche è anch’esso positivo. Per la legge della transizione demografica, un aumento del benessere nel lungo periodo non produce un aumento della natalità bensì la sua diminuzione, tanto più accentuata quanto maggiore è il benessere. Perché? Perché le coppie si sottraggono alla passività delle società agricole e cominciano a programmare i figli e a limitarne il numero. Ciò, sia per assicurare loro un’educazione migliore, sia per lasciare a se stesse una certa autonomia (il lavoro femminile fuori di casa è stato il vero motore di questa rivoluzione culturale e demografica).

Adesso però stiamo imparando che tutti questi progressi legati al benessere - nella cultura, nella produttività, nella salute, nella longevità - se portati troppo avanti rischiano di far deperire la società. I nostri bisogni essenziali sono soddisfatti; i nuovi beni e il consumismo - che obbliga a sostituire i i beni quando sono ancora utili - non bastano a portare avanti l’accumulazione. Ciò rende sempre più difficile l’occupazione dei giovani. Lo sottolineo: la disoccupazione non è frutto della mancanza di ricchezza, come sembra, ma della saturazione dei bisogni essenziali, che abbassa la crescita della domanda e scoraggia gli investimenti. Tanto, che molti capitali, non trovando un impiego utile nella produzione - dove ormai c’è una concorrenza eccessiva - vengono impiegati nella speculazione finanziaria, dove hanno creato un diffuso parassitismo e il crollo dell’etica degli affari.

Inoltre la scarsa occupazione non solo crea miseria fra gli operai e precarietà fra i giovani, ma rende anche incerto il benessere futuro generale: chi pagherà le future pensioni? Chi produrrà i redditi per rimpiazzare quelli attuali? Infine, anche se ci fosse lavoro sufficiente, come faremmo a svolgerlo se la popolazione media è troppo vecchia?

I ciurmadori che sbraitano contro gli arrivi degli immigrati devono rispondere a queste domande e ammettere un fatto: oggi abbiamo un estremo bisogno di nuovi lavoratori giovani; a livello europeo ce ne servono diverse decine di milioni; e questa forza lavoro non può che venire dai paesi poveri.

Si dirà, ma dove li impieghiamo, visto che c’è già la disoccupazione per noi? Ecco l’errore ottico che inganna moltissime persone. I nostri giovani sono abituati a un tenore di vita che è incompatibile con lavori umili e mal pagati. Quasi sempre, anche il loro alto livello di istruzione (su cui le famiglie hanno investito) e il reddito complessivo della famiglia rendono economicamente poco convenienti questi lavori. Le abitudini di vita e il maggior bisogno spingono invece gli immigrati a cercare questi lavori. In genere, sul mercato del lavoro la concorrenza tra immigrati e locali è marginale.

L’arrivo dei migranti - se lo favoriamo e lo discipliniamo - può riequilibrare la società europea non solo nella sua composizione demografica, ma anche nella distribuzione dei vari lavori e nel rapporto tra produttori e pensionati.

 

(in pubblicazione anche, con titolo un po’ variato, su www.postfilosofie.it e Sviluppo Felice. La seconda parte apparirà il 7 marzo).

 

pubblicato su Sviluppo Felice (https://sviluppofelice.wordpress.com) il 2 luglio 2015

Cari lettori,

se non riusciremo a governare l’arrivo dei migranti, sempre più accelerato, rischiamo di disarticolare la cultura e la struttura democratica del nostro paese. Creare un’adeguata cultura dell’accoglienza oggi non è meno urgente dell’accoglienza stessa. E’ questa attività culturale che vorremmo promuovere.

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