Articolo di Economist 12 dicembre 2015

L’integrazione dei rifugiati in Europa. Più impegno, meno problemi

Data l’importanza dell’articolo, lo abbiamo tradotto

L’età media per i tedeschi e per gli italiani è attualmente di 46 anni. La si metta a confronto con quella della giovanile America (38), della dinamica India (27) o dell’adolescenziale Etiopia (19). Man mano che l’Europa invecchia, i datori di lavoro di tutte le categorie si confrontano con la carenza di manodopera.

Si stima che la sola Germania abbia 173 mila  posti di lavoro vacanti per esperti in matematica e informatica, carenza che quasi quadruplicherà nel 2020. Il governo svedese ha una lista di dozzine di professioni dalle ostetriche ai fisici, in cui la carenza di lavoratori specializzati è acuta. L’automazione può supplire ad alcune carenze; e i migranti dell’est o del sud Europa possono aiutare. Ma i mercati del lavoro europei sono rigidi: i lavoratori non si spostano dove sono richiesti.

Ecco perché l’arrivo di più di 1,2 milioni di richiedenti asilo nel nord Europa quest’anno può diventare il sogno di un demografo (altrettanti possono arrivarne l’anno prossimo). La gran parte di questi nuovi arrivati sono giovani, robusti e impazienti di lavorare. Tra i siriani, forse un quinto ha un livello di istruzione superiore. Quanto prima i rifugiati incominciano a lavorare, tanto prima rilanciano l’economia, pagano le tasse e  imparano la lingua e i costumi delle società che li ospitano.

Alcune imprese europee e gruppi industriali hanno colto questa opportunità. Dal momento che la maggior parte dei giovani svedesi ha rinunciato a fare carriera nel campo della ristorazione, il mese prossimo gli alberghi scandinavi cominceranno a selezionare i rifugiati come chef. Il governo svedese sta per incominciare l’addestramento di 1700 insegnanti, tutti rifugiati siriani, per il loro sistema scolastico. L’Oreal sta reclutando rifugiati come apprendisti parrucchieri in Germania. Un college olandese sta collaborando con AFAS, una società di software, per offrire ai rifugiati con una preparazione in informatica un corso di 6 mesi per prepararli al lavoro.

Ma questi sono esempi isolati. Per far sì che decine e centinaia di migliaia di richiedenti asilo abbiano un lavoro, sono necessari interventi volti a semplificare ogni passaggio verso il loro ingresso nella forza lavoro. Il primo stadio è lo screening dei rifugiati quando arrivano. Le loro competenze e le esperienze lavorative devono essere valutate immediatamente per aiutare i datori       di lavoro a trovare personale adatto e decidere dove alloggiarli. SAP, una società di software tedesca, vuole implementare un sistema per registrare le competenze e le esperienze de rifugiati e condividere queste informazioni con le atre ditte.

Il secondo stadio è accelerare le pratiche burocratiche. E’ necessario che i funzionari decidano al più presto se ai richiedenti può essere concesso lo stato di rifugiati, e non lasciarli attendere, in alcuni casi eclatanti, per oltre un decennio. Mentre aspettano una decisione sul loro status, ai richiedenti asilo di solito è vietato lavorare, a volte anche seguire lezioni di lingua. Una vita in un limbo non giova a nessuno. A ciascun richiedente asilo assunto come apprendista deve essere garantito il diritto automatico di rimanere almeno fino alla fine dell’apprendistato. Anche il riconoscimento ufficiale della qualifica di nuovo arrivato deve essere più rapida: in Svezia si impiega una bella fetta dell’anno per il controllo amministrativo dei lavoratori stranieri.

Il terzo stadio è di abbassare le barriere per l’ingresso alla professioni. La Germania per esempio obbliga i lavoratori che si prendono cura degli anziani a completare un periodo speciale di formazione di tre anni e di superare un esame scritto insidioso. E’ necessaria maggiore flessibilità. La Svezia sta cercando di rendere meno rigide le regole per il lavoro dove sindacati e datori di lavoro concordano che c’è carenza di manodopera. Bisogna essere anche pragmatici sulla conoscenza della lingua: i futuri insegnanti possono incominciare a prepararsi per le classi con l’aiuto di interpreti arabi, nel frattempo che imparano l’arabo. I medici con adeguata preparazione potrebbero incominciare a lavorare prima di poter parlare correntemente la lingua.

Tali misure non saranno popolari. Ma l’Europa ha bisogno sia di più lavoratori sia di integrare i lavoratori che arrivano a frotte. E’ una opportunità da non mancare.

Trad. da Piero Rizzo. Per leggere l’originale:

More toil, less trouble