di Aldo Randazzo

Sono centinaia di migliaia le persone che sono migrate dall’Africa e dall’Asia alla ricerca di sicurezza per la propria vita e quella delle loro famiglie. Altre migliaia se ne aggiungeranno dirette principalmente verso i paesi del centro e Nord Europa. Le immagini che la televisione ci offre colpiscono la sensibilità di ognuno di noi per la tragicità delle scene che si accompagnano a queste migrazioni di popolo.

I paesi europei e l’Unione Europea hanno dimostrato una profonda inadeguatezza nell’affrontare il fenomeno. La speculazione politica alla ricerca di facile consenso si è associata all’incomprensione del carattere strutturale di questo processo. La legislazione in vigore (in particolare in Italia) guarda al fenomeno come fatto contingente ed emergenziale. Il Regolamento di Dublino III del 2013, volto a regolare il riconoscimento di rifugiato da parte degli Stati dell’UE, è superato dagli eventi e lo rendono oggi inapplicabile.

Presso l’UE, con il ruolo preminente della Germania, sono stati avviati incontri tra i paesi membri per far fronte all’accoglienza e soddisfare le immediate necessità. I paesi dell’Est Europa, in particolare l’Ungheria, hanno mostrato fino ad oggi una netta chiusura all’accoglienza fino all’ostilità con azioni disumane e violente da parte delle forze dell’ordine.

In questi anni il nostro Paese è stato quello che maggiormente s’è impegnato nel limitare le tragedie del mare e i naufragi nel Canale di Sicilia. Una certa indifferenza e sottovalutazione del fenomeno migratorio da parte dei paesi dell’UE ha scaricato sull’Italia tutto il peso e la responsabilità dei soccorsi e della prima accoglienza. Oggi l’imponenza dei numeri, le diversificate provenienze e rotte dei migranti costringono l’UE ad un approccio più realistico.

Se il fenomeno, come noi crediamo, ha carattere prevalentemente strutturale (i rifugiati rimarranno anni o ricostruiranno una loro nuova vita risiedendo nei paesi UE) e non emergenziale (sostegno per il primo soccorso e rapido rimpatrio), gli Stati membri dovranno approntare una nuova legislazione volta a gestire nel tempo il processo di integrazione sociale ed economico. Va da sé che l’impegno sarà richiesto anche alle popolazioni locali che dovranno aprirsi a nuove culture, diverse etnie e al confronto con altre religioni. In altre parole: superare la paura del diverso.

In questa prospettiva circa settanta persone di diversa provenienza da tutto il territorio italiano (docenti universitari, professionisti, esperti e operatori di vari campi: sociologia, psicologia, economia, informatica, diritto amministrativo, diritto del lavoro, scuola, accoglienza, integrazione sociale, progetti europei, ecc.) si sono costituiti in associazione denominata HUMAN FIRST (“innanzitutto esseri umani”) con lo scopo di: promuovere la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione; difendere i diritti umani; il diritto al lavoro e a una vita dignitosa; agevolare la comunicazione tra le ONG e le altre organizzazioni che lavorano per i migranti.

Secondo alcune prime considerazioni HUMAN FIRST ritiene debba essere affrontato un duplice ordine di problemi. In primo luogo, l’accoglienza, il riconoscimento in tempi brevi di rifugiato (ove ve ne siano le condizioni), l’inserimento nel mondo del lavoro alla pari dei residenti, il riconoscimento di tutti i diritti per una vita degna (sanità, istruzione, casa, ecc.), favorire i processi di interazione sociale e culturale tra le diverse etnie e le popolazioni locali. In secondo luogo, la promozione di politiche volte a creare condizioni di pace e di sviluppo in quei paesi distrutti da guerre civili e religiose.

Circa la prima questione, v’è consapevolezza delle difficoltà. In Europa (e in Italia) la crisi avviata nel 2007 ha lasciato socialmente ed economicamente i segni e la ripresa è ancora fragile. In tutti i Paesi della fascia mediterranea la disoccupazione, in particolare giovanile, è alta e le immigrazioni nel breve periodo ne aggravano il dato. E tuttavia sappiamo che nel medio/lungo termine le migrazioni verso il nostro continente possono essere una risorsa utile e necessaria per sanare i nostri squilibri demografici. La scarsa natalità e l’allungamento della vita media stanno infatti determinando l’invecchiamento delle nostre popolazioni e le ridotte disponibilità di forze giovani per il lavoro. Favorire l’integrazione di nuove energie lavorative nel sistema produttivo è e sarà quindi necessario per lo sviluppo europeo. Anche dal punto di vista civile l’incontro tra culture e etnie diverse può essere un arricchimento reciproco. Abbiamo avuto il Rinascimento e l’Illuminismo, l’incontro tra culture, quando non condizionato da integralismi religiosi, potrebbe segnare una nuova e positiva epoca di sviluppo nelle arti e nelle scienze.

Riguardo la seconda questione, l’impegno è forse più arduo. Sono infatti gli organismi internazionali (ONU, UE, Banca Mondiale, ecc.) ed i grandi Stati (USA e Russia, in primis) che devono dispiegare tutta la loro capacità di influenza diplomatica e forza economica. È noto che le guerre e le condizioni di povertà dei paesi dai quali intere popolazioni fuggono sono anche il risultato di anni di colonialismo prima e neocolonialismo poi. Concorrere nel ricreare le basi per uno sviluppo endogeno in quelle aree tanto martoriate dovrebbe essere avvertito come un obbligo morale da parte dell’Occidente ricco.  

Per far fronte a questioni di tale impegno, HUMAN FIRST ritiene che debba predisporsi un nuovo piano Marshall. I provvedimenti presi fino ad oggi dalla UE (sia pur con le resistenze dei Paesi dell’Est europeo) sono appena sufficienti per gestire la fase emergenziale. Sul medio/lungo periodo sono ben altre le risorse necessarie. Come ben altro è lo sforzo di coordinamento richiesto per l’efficacia degli interventi. Per un’analisi e proposta dettagliata di Piano Marshall rimandiamo al blog di Sviluppo Felice ed i due articoli del 13.07.2015 e 07.09.2015 a firma di Cosimo Perrotta “Per una teoria del “Piano Marshall per gli immigrati””.

L’associazione HUMAN FIRST si attiverà nell’informazione e nell’approfondimento dei temi che riguardano i migranti; nella promozione o adesione a campagne di firme per la soluzione di particolari problemi urgenti in questo campo; nel collegamento informativo e sostegno al lavoro delle ONG; partecipazione ai progetti di ricerca su questi temi finanziati dai fondi dell’UE o di altri enti pubblici.

A sostegno della nostra attività di volontari, chiediamo l’impegno di tutte le persone sensibili a questi temi. L’iscrizione a socio non richiede oneri finanziari né di altro tipo. È sufficiente scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..